Scritto da Mario Farneti e Bruno Bartoletti
Pubblicato su www.remec2000.it
Già quando Roma era un agglomerato di capanne che si affacciava su una palude malsana nei pressi di un’ansa del Tevere, il nostro monte era ritenuto sacro. Parliamo del Monte Ingino o Monte di S. Ubaldo, l’altura alle cui falde sorge la città di Gubbio, nota nell’antichità come Ikuvium, città-stato edificata dagli Umbri, popolo indoeuropeo sceso dalla Germania verso la fine del secondo millennio prima della nostra era. La sua lingua, impressa nel bronzo di sette tavole, le Tabulae Iguvinae, riverbera gli echi solenni di antichi idiomi germanici. E’ qui che è stata fatta la “scoperta”; un evento del tutto inaspettato nel quale siamo rimasti avviluppati, come in una grande ragnatela, le cui trame tese e sottili collegano eventi lontani nel tempo e nello spazio.
Al centro della vicenda ci sono un pittore dell’Ottocento, un dipinto dai tratti inquietanti e un uomo ossessionato da quel dipinto e poi una grotta a mezza costa del monte Ingino, sotto un erto costone di roccia grigia che emerge dalla verzura, come il ginocchio scarnificato di un titano, scaraventato nelle viscere della montagna dall’ira degli déi e, tra le rocce presso la grotta, compare l’enigmatico incrociarsi di parole incomprensibili, seppur disposte secondo una logica matematica, secondo un’armonia perfetta quanto sfuggente, composte in un quadrato magico:
NIGER
INARE
GALAG
ERANI
REGIN
Non molto lontano, su una parete di roccia, una lapide ricorda alcuni versi dal Paradiso di Dante:
Intra Tupino e l’acqua che discende / Del colle eletto dal Beato Ubaldo / Fertile costa d’alto monte pende
per non dimenticare che quel luogo, al tempo del Sommo Poeta, era fonte di acque amene, ben diverso da com’è oggi.